Esistono tanti modi di viaggiare: c’è chi lo fa per passione, chi per lavoro, chi per necessità di vita. In ogni caso, viaggiare è un’esperienza che va vissuta.
Chi ha avuto la fortuna di iniziare da piccolo, come me, sa quanto un viaggio arricchisca. Ti forma come persona, come cittadino del mondo, e porta con sé qualcosa che puoi condividere non solo nella tua vita, ma anche in quella degli altri.
Viaggiare apre la mente. Ti costringe a riflettere, a ragionare e a metterti in gioco. Soprattutto quando, fuori dal tuo paese, devi confrontarti con la lingua: ed è lì che nascono quelle scene buffe, anche solo per chiedere dove sia il bagno.
Da quando ho incontrato mia moglie, anche il mio modo di viaggiare è cambiato radicalmente. Se prima tornavo sempre negli stessi posti, oggi vale la regola del “mai lo stesso mare”. Lei ama viaggiare, programma i nostri itinerari con mesi (a volte un anno!) di anticipo, e affronta le fatiche quotidiane con la prospettiva di quel viaggio che la aspetta.
E sì, quest’anno i 1.600 km di guida “dal lato sbagliato” me li sono fatti io… ma non è questo il punto.
Poco prima della partenza per l’Irlanda c’è stato un momento critico, in cui il viaggio sembrava sfumare. Non era tanto la paura di non vedere l’Irlanda a pesarmi, quanto l’idea che lei non potesse realizzare il suo progetto. Perché ogni viaggio per lei non è solo una vacanza: è un sogno che diventa realtà.
E così siamo partiti. E come ogni anno, lei si è calata nel suo ruolo naturale — viaggiatrice, esploratrice. Il vero piacere non è stato solo ammirare i paesaggi di cui avevo sentito parlare in serie TV o libri. È stato guardare i suoi occhi illuminarsi, ascoltarla descrivere ciò che vedeva, sentire la sua gioia nel vivere ciò che aveva immaginato.
Alla fine di quest’avventura in Irlanda, posso dire che partire senza troppe aspettative rende la scoperta ancora più sorprendente. Ma più di tutto, questo post è per lei: per la donna che resta incantata davanti a una cascata o che rischia quasi di volare via con il vento delle Kerry Cliffs.
E voglio aggiungere una cosa. Se avete ancora i vostri genitori, portateli con voi nei viaggi, se potete. E se non potete, chiamateli. Raccontate loro quello che vedete. Fateli viaggiare attraverso le vostre parole, anche se non capiscono i fusi orari o le lingue straniere.
Io conservo ancora dei messaggi che inviavo a mio padre anni fa, dalla Norvegia. Ogni tanto li rileggo: sono un balsamo che placa la malinconia e mi fa sentire meno la sua assenza.
Chest’è.
Viaggiate, viaggiate sempre. E se non potete farlo, leggete: perché anche quello, in fondo, è viaggiare.








